
8) Filosofi e filodossi.
Il passo  tratto dal quinto libro della Repubblica, nel quale
Platone d una definizione del filosofo come amante della Verit,
cui fa seguire la distinzione fra scienza (gnsis), ignoranza
(agnosa) e opinione (dxa), e tra filosofi e filodossi. A
quest'ultima si riferiscono le righe che seguono. L'interlocutore
di Socrate  Glaucone.
Repubblica, 475 e-480 a (vedi manuale pagine 93-94).
1   [475 e] [...] [Glaucone] Ma quali sono per te i veri
filosofi?, chiese. - Quelli, feci io, che amano contemplare la
verit. - Anche in questo, ammise, hai ragione; ma che intendi
dire? - Non  facile rispondere, ripresi, davanti a un'altra
persona, ma credo che sarai d'accordo con me su questo. - Su che
cosa? - Che bello e brutto, essendo opposti, [476 a] sono cose
distinte. - Come no? - E se sono due, ciascuna di esse non sar
anche una? - Giusto anche questo. - Lo stesso discorso vale per il
giusto e l'ingiusto, per il bene e il male, e per ogni altra idea:
ciascuna in s  una, ma, comparendo dovunque in comunione con le
azioni, con i corpi e l'una con l'altra, ciascuna si manifesta
come molteplice.  -  Hai ragione, disse. - Ecco dunque la mia
distinzione, feci io; da un lato metto gli individui che or ora
dicevi amatori di spettacoli, amanti delle arti e uomini di
azione; dall'altro quelli di cui stiamo [b] parlando, gli unici
che si potrebbero dire rettamente filosofi. - Come dici?, chiese.
- Secondo me, risposi, gli amanti delle audizioni e degli
spettacoli amano i bei suoni, i bei colori, le belle figure e
tutti gli oggetti che risultano composti di elementi belli; ma il
loro pensiero  incapace di vedere e di amare la natura della
bellezza in s. - E' cos, appunto, rispose. - E coloro che sono
capaci di giungere alla bellezza in s e di vederla unicamente
come [c]bellezza non saranno rari? - Certamente. - Chi dunque
riconosce che esistono oggetti belli, ma non crede alla bellezza
in s e, pur guidato a conoscerla, non  capace di tenere dietro
alla sua guida, ti sembra che viva in sogno o sveglio? Su,
esamina. Sognare non vuole dire che uno, sia dormendo sia
vegliando, crede che un oggetto somigliante a una cosa non 
simile, ma identico a ci cui somiglia? - Io direi proprio, fece,
che una tale persona sta sognando. - E chi invece crede
all'esistenza del bello in s ed  [d] capace di contemplare sia
questo bello sia le cose che ne partecipano, e non identifica le
cose belle con il bello in s n il bello in s con le cose belle,
costui ti sembra che viva sveglio o in sogno? - Sveglio,
certamente, rispose. - E il suo pensiero, in quanto pensiero di
uno che conosce, non avremmo ragione di chiamarlo conoscenza? e
quello di un altro, in quanto pensiero di uno che opina, opinione?
- Senza dubbio. - E se costui al quale attribuiamo opinione e non
conoscenza, si arrabbiasse con noi e [e] sostenesse che non
diciamo il vero? Potremo un po' calmarlo e persuaderlo con le
buone, nascondendogli la sua infermit mentale? - S, rispose, 
nostro dovere. - Su dunque, esamina che cosa gli diremo; o vuoi
che, dicendogli che nessuno gli invidia ci che eventualmente
sappia, e che anzi saremmo lieti di trovare chi sappia qualcosa,
lo interroghiamo cos: Su, rispondi a questa nostra domanda: chi
conosce, conosce qualcosa o niente?. Rispondimi tu al suo posto.
- Risponder, disse, che conosce qualcosa. - Una cosa che  o una
che non ? - Che : come potrebbe conoscerne una che non ? [477
a] - Ecco dunque un punto bene acquisito, anche se pi volte
ripetessimo il nostro esame: ci che  in maniera perfetta 
perfettamente conoscibile, ma ci che assolutamente non , 
completamente inconoscibile. - Conclusione perfettamente
soddisfacente. - Bene: ma se una cosa  tale da essere e non
essere nello stesso tempo, non sar intermedia tra ci che
assolutamente  e ci che non  in nessun modo? - Intermedia. -
Ora, la conoscenza non si riferisce a ci che , e la non
conoscenza, necessariamente, a ci che non ? E per questa forma
intermedia non si deve cercare anche qualcosa di intermedio [b]
tra l'ignoranza e la scienza, sempre che esista qualcosa di
simile? - Senza dubbio. - E l'opinione, diciamo,  qualcosa? -
Come no? - Una facolt diversa dalla scienza o la medesima? -
Diversa. - Quindi, a una cosa  ordinata l'opinione e a un'altra
la scienza: ciascuna secondo la facolt sua propria. - Cos. -
Ora, per sua natura la scienza non ha per oggetto ci che , ossia
conoscere come  ci che ? Mi sembra anzi che occorra una
distinzione preliminare, cos. - Come?.
2   [c] - Definiremo le facolt un genere di enti che permettono,
sia a noi sia a qualunque altro soggetto che possa, di fare ci
che possiamo. Dico, ad esempio, che alle facolt appartengono la
vista e l'udito, se pur comprendi quale specie intendo dire. - Ma
s che comprendo, rispose. - Senti dunque che cosa penso delle
facolt. Di una facolt io non vedo n colore n figura alcuna n
alcuna simile propriet, come invece la vedo di molte altre cose
che mi basta guardare per definirle fra me, queste in un modo,
quelle in un altro. Quanto alla facolt, [d] ne guardo soltanto
l'oggetto e l'effetto, e in questa maniera a ciascuna facolt ho
dato il suo nome: questa, ordinata all'identico oggetto e dotata
dell'identico effetto, la chiamo identica; quella, ordinata a un
oggetto diverso e dotata di diverso effetto, la chiamo diversa. E
tu, come fai? - Cos, disse. - Torniamo dunque al punto, mio
ottimo amico, ripresi. La scienza, per te,  una facolt? O come
la classifichi? - Cos, rispose, anzi tra tutte le facolt  la
pi [e] potente. - E l'opinione, la riporteremo a una facolt o a
un'altra specie? - Per nulla, disse; perch ci che ci permette di
opinare non  altro che opinione. - Ma poco prima convenivi che
scienza e opinione non s'identificano. - Gi, rispose, come
potrebbe mai chi ha senno identificare l'infallibile con quello
che non lo ? - Bene, feci io; noi siamo evidentemente d'accordo
che [478 a] l'opinione differisce dalla scienza. - S, ne
differisce. - Ora, ciascuna di esse, dato che diverso  il suo
potere, non ha naturalmente un oggetto diverso? - Per forza. - E
la scienza non ha per oggetto ci che , ossia conoscere come 
ci che ? - S. - E l'opinione quello, diciamo, di opinare? - S.
- Conosce forse l'identico oggetto della scienza? e l'identico
sar conoscibile e insieme opinabile? O  una cosa impossibile? -
Impossibile, rispose, in base a quello che s' convenuto: se una
facolt, per sua natura, ha un oggetto e un'altra un altro, e se
opinione e scienza sono ambedue facolt e ambedue, come diciamo,
[b] diverse, queste premesse non ci autorizzano a concludere per
l'identit di conoscibile e opinabile. - E se il conoscibile  ci
che , l'opinabile non sar diverso da ci che ? - Diverso. -
Ora, l'opinione opina forse ci che non ? O  pure impossibile
opinare ci che non ? Su, rifletti. Chi ha un'opinione non la
riferisce a una cosa? O  possibile avere un'opinione anche senza
riferirla a un oggetto? - Impossibile. - Ma chi ha un'opinione
l'ha di una cosa almeno? - S. - D'altra parte, a rigore, si
potrebbe dire che ci che non , non  una cosa, ma  nulla? -
Senza dubbio. - Per a ci che non , non abbiamo dovuto per forza
assegnare l'ignoranza, e a ci che , la conoscenza? -
Esattamente, disse. - Allora, l'opinione non opina n ci che  n
ci che non . - No. - E l'opinione non potr dunque essere n
ignoranza n conoscenza. - Sembra di no. - E' forse al di fuori di
esse, superando in chiarezza la conoscenza o in oscurit
l'ignoranza? - Non  n questo n quello. - E allora, feci io,
l'opinione ti sembra pi oscura della conoscenza, ma pi luminosa
dell'ignoranza? [d] - S, certo, rispose. - E sta tra le due? -
S. - L'opinione sar dunque intermedia tra scienza e ignoranza. -
Precisamente. - Ma prima non affermavamo che, se una cosa
risultasse, per modo di dire, nel medesimo tempo come essere e non
essere, sarebbe intermedia tra ci che assolutamente  e ci che
non  affatto? e che non sarebbe l'oggetto n della scienza n
dell'ignoranza, ma di ci che risultasse a sua volta come
intermedio tra l'ignoranza e la scienza? - Giusto. - E ora appunto
non risulta intermedia tra le due quella che chiamiamo opinione? -
S, risulta.
3   [e] - Ci rimane dunque da scoprire, sembra, quest'altro
elemento, che partecipa insieme dell'essere e del non essere e
che, rettamente parlando, non si potrebbe dire n l'uno n l'altro
in senso assoluto, affinch, se si manifester, possiamo dire a
buon diritto che  l'opinabile, e assegnare quindi ai termini
estremi gli estremi, agli intermedi gli intermedi; non  cos? -
Cos. - Con queste premesse, dir, mi dica e mi risponda quel
bravo [479 a] uomo che non crede al bello in s n ad alcuna idea
del bello in s che permanga sempre invariabilmente costante; e
che invece ammette la molteplicit delle cose belle; quell'amatore
di spettacoli che non sopporta in nessun modo chi eventualmente
gli vada a parlare dell'unicit del bello e del giusto, e cos
via. Di queste molte cose belle, diremo, ce n' qualcuna, nostro
ottimo amico, che  non ti apparir brutta? e tra le giuste
qualcuna che non ti apparir ingiusta? e tra le pie qualcuna che
non ti apparir empia? - No, disse,  inevitabile che le stesse
[b] cose belle sotto qualche aspetto appaiano anche brutte, e cos
tutte le altre che mi chiedi. - E le molte cose doppie? Non
appaiono tanto mezze quanto doppie? - Sicuro. - E per le cose
grandi e piccole, e per le leggere e pesanti si useranno di pi
questi nomi che diciamo che i nomi opposti? - No, rispose, ma per
ciascuna andranno bene sia questi sia quelli. - E ciascuna di
queste molte cose, piuttosto che non essere,  forse ci che la si
dice essere? - Questo, disse, sembra uno di quei giochi a doppio
senso che si fanno nei banchetti, e quell'enigma che si propone
[c] ai bambini sull'eunuco e sul colpo tirato al pipistrello, dove
c' da indovinare con quale oggetto e dove lo colpisce. Anche
queste cose sembrano a doppio senso, e di nessuna di esse si pu
avere certezza che sia o non sia, n che sia le due cose insieme,
n alcuna delle due. - Ebbene, feci io, sai ci che ne dovrai
fare? Dove meglio le potrai collocare che tra l'essere e il non
essere? Perch non appariranno [d] pi scure di ci che non , in
quanto non ne superano il grado di non essere, n pi luminose di
ci che , in quanto non ne superano il grado di essere. -
Verissimo, disse. - Allora, sembra, abbiamo scoperto che i molti
luoghi comuni della maggioranza a proposito della bellezza e di
tutto il resto vagano, in certo modo, nella zona intermedia tra
ci che assolutamente non  e ci che assolutamente . - L'abbiamo
scoperto. - Ma prima avevamo convenuto che, se una simile cosa
fosse venuta fuori, bisognava definirla opinabile, ma non
conoscibile, perch a coglierla vagante nella zona intermedia  la
facolt intermedia. - S, d'accordo. - Allora, coloro che
contemplano la [e] molteplicit delle cose belle, ma non vedono il
bello in s e non sono capaci di seguire chi col li guidi, e che
contemplano la molteplicit delle cose giuste, ma non il giusto in
s, e cos via, diremo che su tutto hanno opinioni, senza per
conoscere niente di quello che opinano. - E' una conclusione
necessaria, disse. - E coloro che contemplano le singole cose in
s, sempre invariabilmente costanti? Non diremo che conoscono e
non opinano? - conclusione necessaria anche questa. - E non diremo
pure che essi fanno festa e amano gli oggetti della conoscenza, e
gli altri [480 a] invece quelli dell'opinione? Non ricordiamo di
avere detto che questi ultimi amano e apprezzano belle voci, bei
colori e simili cose, ma non tollerano affatto che il bello in s
sia una cosa reale? - Ce ne rammentiamo. - Sbaglieremo dunque se
li chiameremo amanti d'opinione, cio filodossi, anzich amanti di
sapienza, cio filosofi? E se la prenderanno molto con noi se li
definiremo cos? - No, se mi danno retta, rispose; ch non 
lecito prendersela per ci che  vero. - E quelli che amano
ciascuna cosa che , essa per se stessa, li dobbiamo chiamare
filosofi, ma non filodossi? - Senz'altro. [...].

 (Platone, Opere, volume secondo, Laterza, Bari, 1967, pagine 300-
305).

